Ogni anno, decine di migliaia di uccelli migratori vengono abbattuti nei Balcani occidentali. La Bosnia-Erzegovina, con le sue vaste aree naturali, è una delle mete preferite dai cacciatori italiani, attirati da regolamenti meno restrittivi rispetto all’Italia. Tuttavia, l’attività venatoria in questa regione non è priva di controversie: molte battute di caccia, in particolare di caccia alle quaglie, violano apertamente le normative locali.
Gli ambientalisti denunciano da anni che la caccia illegale delle quaglie in Bosnia è fuori controllo e che la mancanza di un’applicazione rigorosa delle leggi sta portando alla drastica diminuzione di questa specie in Europa. La situazione è ormai diventata insostenibile, e gli attivisti e le autorità locali hanno iniziato a raccogliere prove contro chi approfitta delle debolezze del sistema bosniaco per aggirare le normative europee. Lo hanno fatto anche gli autori e le autrici di questo articolo, nel corso di una settimana di appostamenti e ricerche notturne.
Un’alba interrotta dagli spari
Livno (Bosnia-Erzegovina) – È il 26 agosto 2024. L’alba illumina una vasta pianura erbosa mentre la foschia si dissolve lentamente. Il nostro gruppo di giornalisti si trova nel cantone di Livno, nella Bosnia occidentale, vicino all’enorme lago artificiale di Buško, creato nel 1974 su una pianura paludosa, con lo scopo di alimentare una centrale idroelettrica. Uno stormo di rondini vola sopra i campi; poi, all’improvviso, due colpi di fucile rompono il silenzio.
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Alba sulla pianura di Livno. Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Dalle colline che circondano la pianura, osserviamo due cacciatori che si muovono tra i campi, seguiti dai loro cani da caccia che abbaiano eccitati. Due ore dopo, una pattuglia della polizia sfreccia lungo la strada sterrata per raggiungere il punto in cui i cacciatori erano stati avvistati. Quattro agenti scendono dall’auto: due bloccano la strada, mentre gli altri si addentrano nel campo per raggiungere i cacciatori.
Una guida turistica locale, accompagnata da due cacciatori italiani, nota l’arrivo della polizia. Uno dei cacciatori si avvicina con il suo cane, mentre l’altro è ancora sul campo, ignaro di ciò che sta accadendo. Un agente chiede alla guida bosniaca – che indossa un cappello con il logo di una delle associazioni italiane di caccia – di mostrare i documenti. L’uomo consegna le armi, i permessi di caccia, i documenti dei cani e i passaporti.
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Gli agenti di polizia arrivano nel luogo dove sono stati avvistati i cacciatori italiani. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
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Uno degli ispettori raccoglie da terra un bossolo di proiettile ancora caldo. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Quando il secondo cacciatore rientra, incuriosito dal capannello di gente che si era formato, gli agenti gli chiedono da dove vengano. «Dall’Italia, siamo qui per cacciare le quaglie», risponde l’uomo con disinvoltura. «Adoro vedere il mio cane correre libero. Sono animali intelligenti, prendono decisioni sul campo».
L’atmosfera cambia quando un poliziotto nota un dispositivo elettronico a terra. «Di chi è questo?» chiede l’agente. I due cacciatori e la guida si irrigidiscono. Uno degli agenti avvisa, perentorio, «non potete andare via. Dobbiamo aspettare i tecnici dell’ispettorato per la caccia».
Dopo alcune ore, arrivano quattro ispettori. Il dispositivo trovato è un richiamo elettronico illegale per la caccia alle quaglie, utilizzato per attirare gli uccelli riproducendo i loro versi. L’area diventa una sorta di scena del crimine. Un investigatore con guanti blu raccoglie bossoli gialli di munizioni sparsi sul terreno, mentre un altro fotografa il dispositivo. L’uso di richiami elettronici è vietato perché induce gli uccelli a radunarsi in massa, rendendoli di conseguenza un bersaglio più che facile per i cacciatori. La maggior parte degli uccelli migratori viaggia di notte: quando sentono questo richiamo, si fiondano verso di esso.
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Dispositivo acustico per il richiamo degli uccelli. Il dispositivo è di marca italiana e si possono notare i diversi tipi di richiamo possibili. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
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Alcune delle quaglie abbattute e ritrovate a terra durante la perquisizione degli agenti di polizia. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Indagini notturne
Nel corso dell’intera notte precedente l’intervento della polizia, il nostro gruppo ha perlustrato i campi vicino a Livno, cercando di individuare i richiami elettronici. Per localizzarli, abbiamo camminato nel buio per ore, ascoltando i richiami da lontano e avvicinandoci a poco a poco. Non potevamo utilizzare torce per illuminare il percorso, per non correre il rischio di farci vedere. Alcuni dispositivi, durante la notte, sono sorvegliati da individui armati. Ma c’è di peggio. Il campo è in un’area minata, disseminata di ordigni risalenti alla guerra di Bosnia, e mai bonificata.
Attraversando la vegetazione alta, dopo un tempo infinito, lo abbiamo trovato: un dispositivo nascosto tra l’erba, occultato. Abbiamo scattato delle foto e risistemato le piante che lo coprivano. Nelle due notti successive, abbiamo mappato oltre venti aree di caccia e scoperto altri tre siti con richiami elettronici attivi. Dopo aver dormito in auto per una o due ore, ci svegliavamo all’alba per tornare in prossimità dei richiami per la caccia alle quaglie e individuare chi li stava utilizzando.
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Mappa delle pianure di Livno. Le zone rosse sono campi minati. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Un fenomeno difficile da arginare
L’ispettore della caccia di Livno, Nikola Ljuboja, conferma che negli ultimi anni il numero di cacciatori italiani nella regione è aumentato in modo significativo. Secondo lui, la Bosnia è una delle destinazioni privilegiate per gli stranieri amanti della caccia agli uccelli, in particolare della caccia alle quaglie. Ma il problema non è solo la quantità di cacciatori, quanto piuttosto le modalità di caccia adottate. Quando le autorità ricevono una segnalazione, intervengono sul campo per verificare la presenza di richiami elettronici e identificare chi li ha posizionati.
Tuttavia, dimostrare chi sia il responsabile è complicato e molti casi si risolvono senza alcuna conseguenza effettiva. In teoria, per i cittadini stranieri l’uso di richiami acustici costituirebbe un reato, punibile dalla legge bosniaca. Ma in pratica, il sistema giudiziario fatica a raccogliere prove definitive e le sanzioni sono spesso ridotte o inesistenti. La mancanza di controlli adeguati e la corruzione diffusa permettono a queste attività di prosperare, trasformando la Bosnia in una terra di nessuno per il turismo venatorio illegale.
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L’ispettore della caccia, Nikola Ljuboja. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Le regole in Italia
La situazione è ben diversa in Italia, dove la caccia è regolata da una legislazione molto restrittiva. La Legge 157/1992 stabilisce i principi fondamentali della tutela faunistica e del prelievo venatorio, con un focus sulla conservazione della biodiversità. La fauna selvatica è considerata patrimonio indisponibile dello Stato e la caccia è consentita solo nel rispetto di limiti precisi.
Ogni anno, le Regioni italiane pubblicano il calendario venatorio, che disciplina i periodi di caccia e il numero massimo di esemplari abbattibili. Per quanto riguarda l’avifauna, esistono limiti stringenti per specie come la quaglia, la beccaccia, l’allodola e il tordo. In particolare, un cacciatore non può prelevare più di cinque quaglie al giorno e venticinque in tutta la stagione.
Le regole variano da regione a regione, ma l’Italia è soggetta alla Direttiva Uccelli dell’Unione Europea, che vieta la caccia durante il periodo riproduttivo e impone severe restrizioni sui mezzi di cattura. L’uso di richiami elettronici è severamente proibito e le violazioni possono portare a sanzioni amministrative o penali. Queste limitazioni hanno spinto molti cacciatori italiani a cercare alternative nei paesi dove i controlli sono più blandi. La Bosnia-Erzegovina, più “permissiva”, è diventata una delle mete principali per chi vuole cacciare senza limiti.
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I cacciatori italiani impegnati nelle pianure di Livno, alle prime luci dell’alba. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Cacciatori “costretti” a emigrare
L’interesse italiano nei confronti della caccia all’avifauna «è il risultato della nostra tradizione venatoria», spiega Massimo Buconi, presidente di Federcaccia, «nell’antico passato, in Italia, si praticava abbondantemente la caccia al cinghiale, al capriolo, al cervo. Nel ‘900 invece, questo tipo di caccia è diminuito, soprattutto a causa dello smodato consumo alimentare. I due grandi sottoinsiemi di cacciatori in Italia sono composti da chi caccia uccelli, il 60%, e circa un 30% interessato agli ungulati. Infine, c’è un 10% che è ancora molto interessato alla caccia con il cane da ferma della beccaccia, del fagiano, della lepre e, sporadicamente, starna e pernici. Tuttavia c’è una grande permeabilità tra queste categorie. In Italia, vi sono circa 500.000 cacciatori praticanti e si tratta di un numero in aumento. I nostri associati a Federcaccia sono circa 225.000. Di questi, 4500 sono donne».
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Un cacciatore a Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
È impossibile sapere con esattezza quanti cacciatori italiani compiano questi viaggi e, soprattutto, quante e quali agenzie permettano/agevolino l’uso di richiami acustici e la caccia senza limiti. «Ne sappiamo pochissimo anche noi di Federcaccia. C’è solo una stima del numero di agenzie ma quanto siano frequentate, i numeri effettivi, non li conosciamo», spiega Buconi, «bisognerebbe fare un’indagine con le questure di ogni provincia per rintracciare i numeri dei permessi per espatrio delle armi. Così si potrebbe avere una prima stima. Qualche anno fa, prima del loro ingresso in Unione Europea, il turismo venatorio si rivolgeva a Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacca. Successivamente, l’interesse ha riguardato tutti quei paesi che non ne fanno parte: Bosnia, Serbia ma anche Tunisia e Marocco».
Caccia alla quaglia: dalla passione allo sfruttamento
Secondo Goran e Biljana Topić della Società Ornitologica “Our Birds” di Sarajevo, la Bosnia è diventata un paradiso per i cacciatori stranieri. «Livanjsko Polje è una delle aree più ricche di uccelli in Bosnia-Erzegovina. Dove ci sono più uccelli, i cacciatori pullulano» afferma Topić.
La quaglia europea è una specie in declino a livello continentale. La caccia intensiva nei Balcani minaccia l’intera popolazione migratoria. Come osservato in prima persona durante i nostri appostamenti, due cacciatori possono uccidere fino a 150 quaglie in mezza mattinata, utilizzando richiami elettronici. Questo tipo di turismo venatorio nei Balcani non è circoscritto alla Bosnia. Anche in Serbia, Montenegro, Croazia e Albania, ogni anno vengono abbattute illegalmente oltre 160.000 quaglie, un numero che corrisponde a circa il tre per cento della popolazione totale europea.
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Goran Topić, della Società Ornitologica “Our Birds”. Sarajevo, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Serbia: il selvaggio West della caccia alle quaglie
Nel suo ufficio a Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, Milan Ružić osserva con crescente preoccupazione il fenomeno della caccia alle quaglie da parte di cacciatori stranieri. Direttore esecutivo della Società per la Protezione e lo Studio degli Uccelli della Serbia, Ružić denuncia un problema che sta assumendo dimensioni sempre più gravi. «Si stima che in Europa ci siano già cinque miliardi di uccelli in meno rispetto a cinquant’anni fa», afferma, sottolineando la necessità di proteggere l’intera rotta migratoria di queste specie e di adottare misure concrete per la loro tutela.
La Serbia, però, si è trasformata in un vero e proprio “selvaggio West” della caccia. Secondo Ružić, il Paese è diventato un rifugio sicuro per i cacciatori stranieri che altrove troverebbero normative più rigide. «Vengono qui perché nei loro Paesi la caccia alla quaglia è vietata o perché la selvaggina scarseggia. Ma soprattutto, sanno che qui le leggi non vengono fatte rispettare», afferma. «Sanno dove andare per evitare controlli e dove troveranno qualcuno che li proteggerà da eventuali conseguenze. Questo è il problema dei Balcani».
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Anto Percović, direttore della Società per la protezione e lo studio degli uccelli della Serbia (Društvo za zaštitu i proučavanje ptica Srbije). Novi Sad, Serbia, settembre 2024.
Caccia senza freni
Nicola Pierotti è stato ispettore superiore del Corpo forestale dello Stato per 33 anni. Nel 2017 è transitato nell’Arma dei Carabinieri come luogotenente in carica speciale. Si è occupato di traffico di uccelli a livello nazionale e internazionale. Collabora con il CABS (Committee Against Bird Slaughter) – un’associazione tedesca che si dedica esclusivamente all’anti bracconaggio in tutta Europa – e con il S.O.A.R.DA. (Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati a Danno degli Animali). È lui a dipingere il quadro della situazione senza troppi giri di parole.
«Sappiamo che in Bosnia, tra settembre e ottobre, più di 500 cacciatori italiani si recano nel paese per cacciare liberamente e senza freni. Alcuni sostengono che questi viaggi servano per l’addestramento dei cani, ma raccontano soltanto bugie. Pagano la polizia e poi fanno quello che vogliono: sparare a specie protette e usare richiami acustici. Non esistono controlli. L’unico timore che ha questa gente riguarda il trasporto degli uccelli in Italia. Ma trovano modi incredibili per portarli da noi: doppifondi nei sedili dei furgoni, nelle valigie, camion frigo con altri prodotti alimentari. In certi casi addirittura motoscafi che percorrono il mare Adriatico da costa a costa».
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Marker numerici utilizzati per indicare la posizione di indizi durante l’operazione di polizia nelle pianure di Livno. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Operazione Balkan Birds
Nella maggioranza dei casi, le agenzie promuovono i viaggi venatori in Bosnia attraverso il passaparola tra cacciatori: alle convention, alle cene, ai ritrovi regionali o nei gruppi online di cacciatori. In questi gruppi, è bene sottolinearlo, ci sono anche cacciatori che denunciano le malepratiche, perché rovinano la reputazione dell’intera categoria. «Quando individuiamo un cacciatore con il richiamo acustico, lo denunciamo alla Procura della Repubblica e viene sanzionato grazie all’articolo 30, lettera H, della Legge 157 [la pena si applica a chi esercita la caccia con l’ausilio di richiami vietati di cui all’articolo 21, comma 1, lettera r, n.d.a.]. In caso di tale infrazione, è prevista anche la confisca dei richiami», spiega Pierotti. «Il colpevole a quel punto può fare la cosiddetta oblazione: paga 500 euro ed è a posto. Se ti beccano superare il limite di velocità in auto di 30 chilometri all’ora, paghi molto, molto di più».
Nicola Pierotti è stato a capo dell’operazione “Balkan Birds” avvenuta nel 2001, una delle più grandi operazioni antibracconaggio mai realizzate in Europa. L’operazione è durata oltre un anno e ha portato allo smantellamento di due gruppi criminali dediti al contrabbando di uccelli. «Abbiamo sequestrato 12 tonnellate di animali selvatici all’interno di un camion frigorifero pieno di animali che viaggiavano dalla Bosnia all’Italia», racconta Pierotti. «Stimiamo che ci siano migliaia di cacciatori italiani che vanno là. Addirittura partono in giacca e cravatta e lì trovano le armi, trovano le munizioni, trovano la compagnia serale. Dentro a queste case dove alloggiano c’è di tutto. Pagano e fanno la bella vita. Noi abbiamo scoperto questi traffici grazie a una serie di intercettazioni telefoniche. Abbiamo ascoltato questi signori per diversi mesi, anche quando parlavano di cose tipo “un gruppo di infermiere portoricane” a disposizione per la serata».
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Area di caccia. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Un crimine organizzato
La debole applicazione delle normative ambientali è una delle cause principali di questa situazione. Secondo Milan Ružić, le autorità serbe non hanno la volontà politica di far rispettare le leggi sulla caccia e la protezione della fauna selvatica. «I piccoli trasgressori vengono a volte puniti, ma i veri responsabili restano impuniti», dice. «Si tratta di un sistema di crimine organizzato ben radicato, in cui molte figure coinvolte nei meccanismi di controllo sono perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo». Tra queste, cita direttamente le associazioni venatorie, che gestiscono i territori di caccia, e i guardiacaccia, coloro che dovrebbero garantire il rispetto delle regole ma spesso chiudono un occhio.
Ružić sottolinea come la caccia indiscriminata in Serbia non sia un problema isolato, ma una questione di portata europea. «Non possiamo parlare di turismo venatorio per una specie che nei Balcani sta scomparendo, mentre negli altri Paesi si cerca di proteggerla», afferma. E aggiunge una riflessione che ben descrive il paradosso della situazione: «una quaglia abbattuta in Serbia è la stessa per cui in Slovacchia, Ungheria, Austria, Polonia, Scandinavia o nei Paesi baltici si investono milioni di euro per la conservazione. È un uccello migratore, e il suo ciclo vitale si estende su tutto il continente».
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Gli agenti della polizia bosniaca arrivano nel luogo dove i cacciatori italiani stanno sparando. Livno, Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
Il paradosso si fa ancora più evidente se si considerano le politiche ambientali dell’Unione Europea. «Se agricoltori in Lettonia o Polonia ricevono sussidi per mantenere prati e campi in condizioni ottimali affinché le quaglie possano nidificare e riprodursi, e poi questi stessi uccelli vengono massacrati dai bracconieri in Serbia, significa che l’intero sistema è destinato al fallimento». Un monito chiaro, che evidenzia la necessità di un’azione coordinata tra i Paesi europei per fermare una caccia selvaggia che minaccia il delicato equilibrio della fauna migratoria.
Gli esperti avvertono che, se questa tendenza dovesse continuare, gli effetti sulla biodiversità saranno irreversibili. Le quaglie, come altre specie migratorie, sono già in difficoltà a causa della perdita di habitat e dei cambiamenti climatici. La caccia eccessiva nei paesi di transito potrebbe accelerare il loro declino fino a una soglia critica.
Mentre l’Italia impone limiti stringenti ai suoi cacciatori, la Bosnia-Erzegovina continua a essere un rifugio sicuro per chi vuole aggirare le restrizioni. Senza una strategia di contrasto efficace e senza una cooperazione internazionale più incisiva, il rischio è che la regione rimanga un paradiso per la caccia indiscriminata, con gravi conseguenze sulla fauna europea.
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Il lago artificiale di Buško. Bosnia-Erzegovina, agosto 2024.
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